Strateghi, vivace confronto sul primato americano

L’autorevole blogger dell’ufficio americano di corrispondenza dell’Economist respinge il pensiero strategico di Robert Kagan (il Foglio del 28 gennaio e del 4 febbraio). Kagan dice che il declino americano è un mito, che un eccesso di pragmatismo realista e di adeguamento al livellamento nella distribuzione del potere sull’ordine mondiale può portare alla corrosione del modello liberale e democratico incarnato dal primato degli Stati Uniti. Leggi Se a Obama piace Kagan di Giuliano Ferrara
8 FEB 12
Ultimo aggiornamento: 10:31 | 5 AGO 20
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L’autorevole blogger dell’ufficio americano di corrispondenza dell’Economist respinge il pensiero strategico di Robert Kagan (il Foglio del 28 gennaio e del 4 febbraio). Kagan dice che il declino americano è un mito, che un eccesso di pragmatismo realista e di adeguamento al livellamento nella distribuzione del potere sull’ordine mondiale può portare alla corrosione del modello liberale e democratico incarnato dal primato degli Stati Uniti. Il blogger sostiene che non è vero, che i paesi in sviluppo tumultuoso apprezzeranno e difenderanno il modello promettente, prospero al quale si sono conformati, senza aspettare “che un senior fellow della Brooking’s Institution gli spieghi che cosa fare”. “Siccome sono diventati ricchi, troveranno i mezzi per restarlo. E’ assurdo pensare che, se l’America perdesse il suo smalto internazionale, i popoli della terra inevitabilmente soggiacerebbero al regno delle tenebre dei cattivi ragazzi russi o cinesi”. Citando il Gulliver di Swift (e Ronald Reagan) si argomenta la tesi per cui essere piccini tra i giganti di Brobdingnag è dura, ma può essere più duro essere giganti a Lilliput. I soldi utili all’egemonia americana possono essere investiti in usi più produttivi e utili di quelli tradizionali (la difesa), e i criteri giusti di Kagan – pace, stabilità, libero commercio – possono essere rispettati meglio se “il peso del loro sostegno gravi su un novero più largo di soggetti”.

Charles Kupchan in Foreign Affaires schiaccia le tesi di Kagan su Mitt Romney, che accusa di forzatura elettoralistica. Gli ricorda che il 46 per cento degli americani vuole che il paese “si faccia gli affari suoi” e il 76 per cento desidera che “si concentri di più sui problemi domestici” che non sulle sfide internazionali. Inoltre, scrive Kupchan, “è inevitabile che il campo sia praticato da giocatori sempre più allo stesso livello”, anche perché la Banca mondiale prevede che “entro il 2025 dollaro, euro e renmimbi diventeranno monete alla pari in un sistema caratterizzato dal pluralismo delle divise, mentre Goldman Sachs dà per certo che entro il 2032 “il prodotto interno lordo delle quattro grandi economie emergenti – Brasile Cina India e Russia – eguaglierà quello delle nazioni del G7”. Obama deve accettare questo dibattito con benevolenza, e impedire ai suoi interlocutori di “nascondersi dietro il velo dell’eccezionalismo americano”. Altro che il Project for a New American Century, il documento del 1997 cui lavorò anche Kagan e che fu una fonte strategica per George W. Bush e la sua idea di espansione dell’ordine liberale. Kupchan dice che l’eccezione americana sta nel fatto che alla fine “eccezionale, non la regola, potrebbe risultare la versione della liberal-democrazia incarnata dagli Stati Uniti”. Il Foglio raccoglie le risposte di Kagan sabato 11 febbraio.
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